Orologio della Torre di Piazza S. Marco

La nostra risposta all'articolo "Il restauro dei veleni" apparso sul numero 150 (Luglio/Agosto) della rivista "Orologi".

Nicola de' Toma ed Alberto Uglietti sono gli autori dell'articolo dedicato al restauro dell'orologio di S. Marco, nel quale la vicenda avrebbe dovuto essere trattata in modo obiettivo, esponendo i pareri delle varie parti coinvolte.
Purtroppo, nella loro presentazione delle persone che hanno preso parte al restauro o che lo hanno criticato, si abbandonano ad una serie di pesanti allusioni, che hanno l'effetto di gettare ombre sulla nostra professionalità e sulla nostra serietà.
Dobbiamo far notare che il rapporto personale fra noi e gli autori è durato poco più di un'ora e solo su tale base poggiano le loro tendenziose considerazioni, che ci dipingono come non-orologiai dediti esclusivamente all'informatica.
Rimarrebbe un mistero la nostra vera fonte di sostentamento!


Spett.le Redazione di Orologi, prof. Nicola de’ Toma, Alberto Uglietti,
Dopo il lungo articolo dedicato dalla vostra rivista alla questione del restauro dell’orologio di Piazza S. Marco, speriamo vogliate concederci ancora un po’ di spazio poiché sono assolutamente necessarie alcune precisazioni. Ci asterremo dal commentare il merito della vicenda, che voi stessi avete ritenuto opportuno non giudicare ma solo presentare “oggettivamente”. Essere assolutamente oggettivo per uno scrittore è sempre compito assai arduo, ma dobbiamo rilevare che nei vostri commenti sono presenti delle allusioni inaccettabili nei nostri confronti. Ci riferiamo a questi punti:

  1. Noi gli orologi li ripariamo. I nostri clienti saranno purtroppo indotti a pensare che affidiamo questo compito a terzi, leggendo le vostre frasi, ma non è così. Semplicemente, riponiamo ogni orologio ed ogni utensile non in uso in un certo momento dentro ad una scatola oppure in una busta in cassaforte. Il giorno della vostra visita, stavamo lavorando ad una nuova ruota di pendola (fase del taglio delle razze tenendo la ruota in morsa, perciò UN banco era sgombro) e ad un orologio da polso (fase del montaggio finale e lubrificazione). Solo lo stretto necessario era in vista nel nostro laboratorio: una serie di lime, dei brunitori ed una lente vicino alla morsa; nulla sul banco dedicato alla pendoleria; pinzette, lenti, cacciaviti ed un solo movimento sul banco dedicato al polso; macchine per il controllo del tempo. Lo ricordiamo perfettamente.
    Noi lavoriamo SEMPRE in questo modo. Siamo disponibili a mostrare a chiunque come svolgiamo i nostri interventi. Non siamo abituati a circondarci di orologi smontati. Il nostro laboratorio non ha l’aspetto folcloristico dell’ambiente dove cento lavori sono in corso contemporaneamente. Gli Spartani, per usare una vostra metafora, cercavano d’essere molto ordinati e non ripetevano la frase “ma, forse, ci sbagliamo” con tono sarcastico.
    Il prof. de’ Toma pensa che l’attrezzatura della quale ci ha chiesto il prezzo corrente sia stata comprata inutilmente? Avete contato “un paio di vecchie pendole” in mostra su un mobile. Vi siete fatti sfuggire alcuni oggetti già riparati: una gabbia con automa, un Patek Philippe ad energia solare, un orologio da marina, ed altre cose, come un movimento di regolatore, che non crediamo riescano a passare tutte inosservate.

  2. L’informatica non è la nostra attività preminente. Il plurale usato per gli elementi della nostra attrezzatura è fuori luogo. Abbiamo in laboratorio UN computer, UN monitor, UNO scanner, UNA stampante, assieme al “quant’altro” che dovrebbe essere, nella vostra descrizione, mouse, tastiera, modem ed altoparlanti.

  3. Il numero di visitatori del nostro sito è quello dichiarato, non essendo nostra abitudine diffondere dati falsi. Non è molto, contrariamente a quanto avete scritto. Siti dedicati all’orologeria che trovate nella pagina dei link ne vantano di più. Possiamo mostrarvi le statistiche d’accesso, ma chi ha un minimo d’esperienza nel settore sa che possono essere facilmente alterate. Rimangono, però, tutte le e-mail che riceviamo dai visitatori. Sono letteralmente centinaia, a vostra disposizione. Crediamo sarebbe assai poco logico che le scrivessimo noi: rispondere alle nostre stesse domande non sarebbe divertente!
    La vostra frase “...sito in grado d’incuriosire il navigatore sia per il numero d’argomenti trattati sia per l’artigianalità della sua confezione che lo differenzia graficamente da altri maggiormente professionali, facendolo apparire più genuino” manifesta una seria mancanza di competenza in questo campo, che doveva suggerirvi di non descrivere il nostro sito come una sorta di specchietto per le allodole che attira i clienti in un posto dove gli orologi, magari, nemmeno si riparano.

  4. Per ultimo, ma non certo per importanza, vogliamo far notare come si sia parlato del prestigio dell’Horological Journal con un tono assolutamente inadatto da parte di chi ha apertamente ammesso di non conoscere la rivista (il sig. Uglietti) o di non leggerla (il prof. de’ Toma). Sappiamo, per averne discusso col vostro direttore, la dottoressa Pujia, che nella redazione di Orologi essa non è mai giunta. E’ l’organo ufficiale dell’Istituto del quale facciamo orgogliosamente parte, vi scrivono autori come George Daniels e John Wilding e non siamo, inutile precisarlo, gli unici “abbonati” in Italia. Al Journal, fra l’altro, non ci si abbona, lo si riceve in quanto soci del British Horological Institute che, per finire, non ha mai avuto a che fare con le corporazioni.
    L’HJ non è solo una rivista tecnica, perché tratta spesso di orologeria antica. Recentemente, sono apparse delle monografie dedicate ai più importanti orologi monumentali europei. Il suo prestigio, secondo il vostro articolo, sarebbe diminuito nei primi decenni del ‘900. In favore di “Antiquarian Horology”, come avete detto durante la nostra intervista? Sembra impossibile, visto che è nata negli anni ’50. Non capiamo come abbiate potuto fare il confronto, non leggendo con tutta probabilità nemmeno quella: ne avete sbagliato il nome sia quando parlavate con noi sia in due occasioni quando avete scritto il pezzo su Orologi. Inoltre, esce tre volte l’anno con una tiratura molto ridotta, se paragonata al Journal, e non vanta fra gli autori nomi di pari livello.
    Non merita commenti il riferimento di Brusa al nostro “contributo scandalistico presumibilmente gratuito” che avrebbe “allettato” la rivista, per la mancanza di rispetto verso il direttore del Journal che sottintende.

Rileggendo questa lettera, noi stessi ci meravigliamo per il tono perentorio che abbiamo dovuto usare a riguardo di un pezzo firmato anche dal prof. de’ Toma, che è sempre stato un esempio d’equilibrio e mai ha adoperato allusioni così personali. La pretesa imparzialità del pezzo, che ricordiamo essere incluso nella sezione “La tecnica”, scema completamente nella frase conclusiva, dove si riduce tutto l’accaduto a bega derivante da una voglia innata di screditare il lavoro altrui.
I giudizi su di noi ci sono sembrati decisamente tendenziosi, per non dire irrispettosi, tali da farci apparire come due bugiardi che si fanno passare per orologiai attraverso un mediocre sito Internet. Finché vedremo orologi antichi così pesantemente alterati, trapanati nelle loro parti settecentesche, con alberi segati per far posto a nuove parti, non ci faremo certo abbattere da tali apprezzamenti e continueremo a sostenere le nostre tesi con immutata convinzione.

Nota: Alberto Peratoner, ex temperatore dell'orologio, è stato intervistato nella stessa occasione ed ha risposto all'articolo sul suo sito Internet, L'Orologio della Torre di San Marco in Venezia.