Il Restauro dell'Orologio della Torre di Piazza San Marco

-1- Relazione sulle incongruenze del Restauro

Dr. Alberto Peratoner

Il contenuto di questa pagina è disponibile sottoforma di file pdf per una comoda consultazione off-line e per la stampa. Nel file troverete anche gli articoli apparsi sui giornali a proposito dell'argomento (aggiornati al 14 Febbraio 2001) ed un estratto dal libro di Alberto Peratoner: "L'Orologio della Torre di San Marco in Venezia. Descrizione storica e tecnica e Catalogo completo dei componenti", reperibile presso la Libreria Editrice Cafoscarina, Venezia.

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Premessa

Un grave episodio di manomissione di un bene storico si è verificato a Venezia: il restauro dell'Orologio della Torre si è in realtà tradotto in una radicale e profonda trasformazione della sua meccanica, fatto inspiegabile anche per le condizioni generali dell'Orologio stesso, che richiedevano al più un intervento di restauro conservativo nel puro mantenimento dello stato a noi pervenuto. L'Orologio ha funzionato in buone condizioni - ma con qualche 'segno di stanchezza' che ne rendeva opportuno il restauro - fino al 1997, e chi affermasse il contrario pronuncerebbe un'incredibile menzogna, fosse anche (ma non è certo questo il caso presente) il più grande storico dell'orologeria vivente.

I
Status quaestionis

Il restauro di recente effettuato ha preteso di eliminare l'ultimo apporto, ottocentesco, alla complessa storia dell'Orologio, e di recuperare - arbitrariamente - lo stato immediatamente precedente, settecentesco (ma ce n'è uno seicentesco, uno cinquecentesco, ed uno quattrocentesco).
Noi contestiamo:
I) che una operazione di questo genere sia legittima, nel senso della coerenza con il concetto odierno di restauro di un bene di patrimonio pubblico;
II) che sia filologicamente corretta, ovvero che lo stato precedente dell'Orologio sia stato correttamente individuato e ricomposto.


I) Le trasformazioni eseguite si pongono in difformità con il criterio generale di conservazione ormai generalmente adottato: lo stadio ottocentesco dell'Orologio qui intaccato era comunque una preziosa testimonianza della storia della meccanica, e il ritorno a un qualsiasi livello precedente è da ritenersi (come per qualsiasi altro oggetto o monumento) scorretto e deprecabile, oltre ad essere inevitabilmente arbitrario ( quale livello scegliere? E perché proprio quello e non un altro?).
Nessuno ha mai pensato di ricostruire chiese demolite nel passato e sostituite con altri palazzi o edifici, anche quando le prime sono di gran lunga più interessanti per la storia dell'arte,
a) perché un altro 'bene' storico sarebbe comunque perduto,
b) perché quanto ricostruito sarebbe comunque un manufatto recente (ovvero, come si dice, un "falso").
Quindi un'opera autentica, anche se più recente, la si preferisce SEMPRE (e giustamente) ad una riproduzione non autentica della forma più antica.
c) La forma più antica andrebbe scelta tra molti livelli possibili (ad es. la Basilica di San Marco presenta innumerevoli stratificazioni storiche fino al XX secolo - come pensare ad una Basilica 'originale'? A quale momento ci si dovrebbe riferire?), e piuttosto di cadere in una scelta arbitraria e soggettiva è meglio affidarsi all'oggettività sicura della conservazione dello stato a noi pervenuto.
Quanto detto vale anche se chi sostiene la riproduzione dello stato più antico può documentarla con certezza (Abbiamo le fotografie antiche del veneto-bizantino Fondaco dei Turchi in Canal Grande, trasformato nel 1858-1860 in modo non certo filologicamente corretto, ma del quale ora nessuno sosterrebbe il "ripristino" allo stato originario).
Osserviamo, infine, che un prodotto ottocentesco non può e non deve apparire meno degno di conservazione di altri, in quanto apparentemente 'recente': si pensi solo, per rapportarci all'ambito di nostro diretto interesse, che l'attuale orologio della torre del Palazzo di Westminster a Londra - il notissimo "Big Ben" - fu portato a compimento nel 1859 con l'installazione della grande campana che prese il nome dal presidente del comitato dei lavori sir Benjamin Hall, ovvero un anno dopo l'intervento del De Lucia, e oggi non sussiste dubbio alcuno sull'opportunità della sua conservazione.
Le ipotesi su oggetti storici e monumentali di rilievo internazionale, di chiunque siano o da qualunque parte provengano, possono costituire interessanti materiali di studio, ma non dovrebbero mai concretizzarsi nella trasformazione dei beni stessi.
Tali vagheggiamenti potrebbero "scaricarsi" a sufficienza su modelli e rappresentazioni grafiche, pubblicazioni, saggi, ecc., ma nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di intervenire arbitrariamente e personalisticamente contro il portato storico consolidato in un tempo ragguardevole (di norma sono sufficienti 50 anni di età, qui ne avremmo già 140) di un qualsiasi oggetto del patrimonio comune.
Ciò che è accaduto col 'restauro' dell'Orologio della Torre è totalmente difforme da quanto operato generalmente, e lo sarebbe "anche se" lo storico Giuseppe Brusa che lo ha concepito avesse ragione nelle sue ipotesi filologiche.

II) Ma Brusa non ha ragione nelle sue ipotesi, e su questo punto il sottoscritto non chiede di essere creduto sulla fiducia, o sulla parola (come invece accade a Brusa, il cui parere è fatto valere dalla Direzione Musei solo per il fatto di ritenerlo uno dei "massimi esperti"), ma sulla precisa e indiscutibile scorta dei documenti d'archivio, evidenze indipendenti dalla volontà (o fantasia) di chiunque e che provano lo stato di fatto delle cose in modo incontrovertibile, come potremo vedere.

II
Riepilogo storico

L'Orologio della Torre di Piazza San Marco, nella sua configurazione precedente all'ultimo "restauro", è da considerarsi il risultato di una serie di stratificazioni succedutesi nei cinque secoli della sua storia:
1495-1499: L'Orologio viene costruito da Gian Paolo e Gian Carlo Rainieri di Reggio.
1551: Restauro generale, svolto da Giuseppe Mazzoleni.
1613-1615: Restauri molteplici, ad opera di Giovan Battista Santi.
1753-1759: Rifacimento, ad opera di Bartolomeo Ferracina. Lo scappamento originario, con bilanciere a verga, o a foliot, viene sostituito da un sistema alternativo (scappamento ad ancora) regolato da un pendolo.
1858: Luigi De Lucia perfeziona il sistema del Tempo, con un particolare scappamento e la sostituzione del pendolo stesso, realizzato in legno e della lunghezza di m 4,15. Un'altra modifica di rilievo vede l'introduzione di due grandi tamburi a pannelli per la visualizzazione di ore e minuti.
1865-1866: Complementi di restauro, ad opera di Antonio Trevisan.
1952-1953: Revisione, ad opera di Giovanni Peratoner, con rettifica del piano di oscillazione del pendolo.

Diciamo subito che gli interventi del De Lucia (1858) si concretarono per lo più in operazioni di aggiunta o sovrapposizione di nuovi sistemi ben localizzati, talora messi in opera con un sorprendente rispetto nei confronti dell'assetto precedente.

 

III
Anamnesi del presente restauro

Alla fine del 1996 un nuovo restauro venne affidato alla Piaget. In realtà si trattava solo di una sponsorizzazione, perché Giandomenico Romanelli, direttore dei Musei Civici Veneziani, coinvolse direttamente il fabbro mantovano Alberto Gorla (già restauratore di altri meccanismi antichi) e lo storico dell'orologeria Giuseppe Brusa.
Costui mi rivelò esplicitamente le proprie intenzioni di eliminare lo stato ottocentesco dell'orologio, che lo avrebbe "snaturato", e di caldeggiare un presunto restauro filologico.
La netta opposizione a questo modo di concepire l'operazione portò in breve tempo alla mia totale estromissione dalla progettualità del restauro, anche quale fonte di informazione sullo stato e sulle necessità effettive dell'Orologio. Venni a sapere da altre persone coinvolte nella vicenda che i restauratori cominciavano a riunirsi senza che io ne fossi mai avvisato.
Quando si organizzò un incontro a Ginevra, la Piaget avrebbe espresso a Romanelli il desiderio di vedermi presente, ricevendone la risoluta opposizione, tradottasi in "un no secco", come mi fu riferito. Intanto costui mi firmò una convenzione per un anno di "attività" di affiancamento della mia competenza al restauro e in cui erano comprese alcune visite ("su richiesta" della Direzione Musei) all'officina di Gorla, a Cividale Mantovano, visite che non mi furono richieste Mai, cosicché non vidi nulla per tutto il tempo (maggio 1997 - febbraio 1999) in cui il meccanismo rimase fuori Venezia.
Questi fatti rimangono ancora oggi inspiegabili e, lungi dal farne una questione personale (vorrei che non si confondessero i due piani), è per me doveroso riferirli in quanto altamente significativi del criterio col quale si è svolta un'operazione che doveva comportare ben altre accortezze.
E' evidente, infatti, che - per motivi anche indipendenti da meriti personali o capacità - il sottoscritto conosceva quel meccanismo meglio di chiunque altro, per averlo seguito per più di un decennio e avervi vissuto accanto per più di un trentennio, godendo di un patrimonio di esperienza familiare di 82 anni, e non fu gran fatica dimostrare tale competenza nel libro di recente pubblicato, "L'Orologio della Torre di San Marco in Venezia. Descrizione storica e tecnica e Catalogo completo dei componenti", Venezia, Cafoscarina, 2000.

 

Brusa e Gorla volevano dapprima sostituire il quadrante settecentesco con una ipotetica - e contestabilissima - ricostruzione del più complesso quadrante astronomico dei Rainieri (ma pare addirittura che i fregi dei segni zodiacali siano quelli originali).

Fregi con constellazioni

Quando la Direzione Musei Civici (G. Romanelli) fece loro capire che ciò non era possibile, allora i due si accanirono contro le due grandi tàmbure a pannelli numerici, giocando sull'equivoco che si erano "sostituite" al meccanismo della processione dei Re Magi, e che ne avevano comportato la "rimozione" (cosa che ancora Romanelli ha avuto - contro ogni evidenza - il coraggio di sostenere sul Gazzettino del 25 agosto 2000) sopprimendolo con la loro ingombrante presenza. In un breve colloquio avuto con me Brusa commentò, il 24 gennaio 1996, "... e poi sono proprio brutte!" Criterio altamente 'scientifico' di valutazione.
Al contrario, ho ampiamente dimostrato nel mio libro come l'interesse dell'intervento del De Lucia consista proprio nell'abilità di aver posto le due funzioni in "dialogo", grazie a ingegnosi accorgimenti che permettevano di attivarle alternativamente. Per anni io stesso potei compiere queste operazioni di dislocazione alternativa delle parti, in occasione delle periodiche uscite dei Re Magi. Per anni le avevano compiute i miei predecessori.

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Da questa immagine si può dedurre l'inconsistenza delle affermazioni di Brusa e Romanelli riguardo l'incompatibilità delle 'tàmbure' a pannelli (per la visualizzazione di ore e minuti) col meccanismo di uscita dei Re Magi. La grande ruota su cui vengono montati gli automi non e' stata affatto rimossa. E' dunque evidente che gli apparati rotanti si sovrapposero al meccanismo dei Re Magi senza bisogno di rimuoverlo o eliminarlo. Si può inoltre osservare il sovrastante sistema di leve che permette la periodica rimozione degli apparati stessi, in occasione del ripristino della processione.
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Quando fu deciso che anche la rimozione definitiva delle grandi tàmbure non sarebbe stata accolta, Brusa concentrò il proprio interesse sul pendolo e lo scappamento, nonché sullo spostamento delle corse dei pesi al di sotto del castello del meccanismo centrale, con la conseguente perdita dello sviluppo verticale che sfruttava l'altezza della Torre.

Questa volta l'idea passò, forse perché non interessava in nulla le componenti esterne e quindi visibili dell'Orologio, e le istituzioni si sarebbero comodamente rifugiate dietro le apparenze e all'illusione che, salva l'estetica della Torre, il resto erano beghe comprensibili a pochi specialisti e che potevano protrarsi all'infinito senza che alcuno riuscisse ad averne ragione.

Nel 1998, mentre la campagna stampa continua a parlare di restauro conservativo, l'Orologio, smontato e trasportato in un laboratorio di Mantova, viene profondamente trasformato:
a) il pendolo viene cambiato di posto e portato dal lato opposto del castello centrale (Nord), lontano dal settore del 'Tempo' (Sud), oltre i settori di alloggiamento delle sonerie.
b) viene sostituito con uno più corto di circa la metà (da m 4.15 a 1.90), dotato di una sospensione a molla (il precedente era sorretto da una sospensione a lama).
c) il nuovo pendolo viene posto in corrispondenza della barra di guida pendente solidale ad un asse che attraversa tutto il castello per portare - come dicevamo - il movimento dal lato opposto, mentre il pendolo precedente era collocato lateralmente e mosso da un braccio orizzontale, snodato nei punti di congiunzione alla barra di guida verticale e al pendolo.
d) in conseguenza al mutato periodo di oscillazione (da 2" a 1",36) viene completamente ricostruito lo scappamento (realizzato ex novo, ma sempre nel sistema a caviglie) con la sua demoltiplica.
Così il cuore dell'orologio, la parte più vitale e qualificante dell'intero meccanismo con il suo bel pendolo di 4 metri è perduto nella sua funzione.

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Visibile qui il nuovo pendolo di m. 1.90, dotato di sospensione a molla e collocato sul lato Nord del castello centrale, lontano dal settore del Tempo, oltre i settori di alloggiamento delle sonerie. Si noti la divaricazione del pendolo in prossimità dell'asse in uscita per la trasmissione del moto al quadrante Nord (verso le Mercerie), che Gorla si è trovato costretto a fare nel costruire il nuovo pendolo.
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I ruotismi del sistema del Tempo quali rimasero fino allo smontaggio, ovvero con lo scappamento del De Lucia (1858).
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Romanelli, che ritenne questi appena "aggiustamenti" trascurabili, ebbe a dire: "niente sarà perduto: verrà museificato", aggiungendo che queste operazioni erano state concepite nella completa reversibilità, quale condizione richiesta dalla Soprintendenza.

In Soprintendenza esclusero del tutto che si trattasse di un recupero filologico retrospettivo, dicendomi che altrimenti non sarebbe passato. Quelle scelte erano state presentate come "necessità tecniche" e migliorie. Per quanto riguarda la supposta 'necessità', è palese e noto a tutti che l'Orologio funzionava fino al 1997.
Assurdo anche parlare di "miglioramenti tecnici", perché allo stato attuale delle conoscenze qualsiasi tipo di meccanismo antico è passibile di un qualche miglioramento, e di fatto non lo si esegue, perché, se pure di gran lunga superate nella concezione, tutte le meccaniche storiche conservano un valore intrinseco per la storia dell'orologeria, e se queste sono funzionanti, come nel nostro caso, a maggior ragione vanno conservate come funzionanti. Era sufficiente rettificare le parti usurate per garantire un lungo funzionamento con una buona precisione (e a costi di gran lunga inferiori), perché di fatto è in questa forma che l'orologio ha egregiamente funzionato per centoquarant'anni e nessun miglioramento è sostenibile come indispensabile. Nessuno ha infatti mai pensato di "migliorare" i meccanismi delle monumentali pendole della Reggia di Versailles per renderle ancor più precise e stabili, o perché non corrispondevano al gusto filologico del restauratore, come nessuno si è mai sognato di 'mettere a fuoco' le opere degli Impressionisti.

Il primo febbraio 1999 l'Orologio, così trasformato, è stato rimontato a Palazzo Ducale e presentato alla stampa, in attesa della conclusione dei lavori strutturali alle parti murarie della Torre.
In realtà, molte affermazioni dello stesso Brusa, riscontrabili nel breve scritto presentato in quell'occasione, manifestano apertamente la volontà di operare un ripristino filologico retrospettivo, pesantemente irrispettoso di una meccanica di indubbio valore storico.
Va notato che la lettera al "Gazzettino" di Romanelli (25 agosto 2000) fa pensare ancor più esplicitamente ad un "ripristino filologico", in quanto parla assai male del restauro ottocentesco, come di un'operazione che avrebbe radicalmente stravolto la concezione stessa dell'Orologio e "la sua filosofia", ma questo non è vero, ed è dimostrato dai documenti d'archivio nella maniera più evidente e incontestabile.
Va detto che il restauro eseguito è di fatto reversibile, e si è ancora in tempo per intervenire in tal senso.

IV
Inconsistenza dell'appello al principio di autorità e delle stesse ragioni 'filologiche' sinora addotte a sostegno del restauro

Di fronte alle denunce apparse sul Gazzettino (22 agosto) e La Nuova Venezia (12 settembre), G. Romanelli, resosi responsabile dell'appoggio dato alle scelte di Brusa, non ha fatto che opporre il principio di autorità scientifica: "ci siamo rivolti ai migliori specialisti", principio che, da sé solo, lascia troppo margine ad una fallibilissima soggettività.

Ma è interessante, a questo punto, osservare che le pubblicazioni sinora apparse di Giuseppe Brusa rivelano una conoscenza assai superficiale - quando non addirittura erronea - dell'Orologio della Torre di piazza San Marco.

Nel suo volume "L'arte dell'orologeria in Europa", Bramante ed., 1978, troviamo ad esempio scritto della "torre delle hore in Piazza San Marco, che è innanzitutto e appunto un orologio, con lo spettacolare quadrante e con i campanari automatici." (pag. 11).
Al di là dell'amenità tortuosa della descrizione, 'torre delle hore' è un appellativo che non compare nei documenti a noi noti, e comunque non fu il modo più frequente e 'classico' di designarla anticamente.
Più avanti, nello stesso volume, Brusa afferma: "purtroppo nel quadrante e nella meccanica è stato sostanzialmente modificato fin dalla metà del XVIII secolo, da Bartolomeo Ferracina, ottimo orologiaio ma pessimo restauratore.
Non è facile stabilire quanto è rimasto di originale a parte la struttura muraria e i celebri Mori" (pag. 40).

Non è facile stabilirlo? Basta sapere che il Ferracina ebbe indietro la vecchia macchina al completo, che gli fu conteggiata a peso dei metalli riciclati e detratta dal compenso in denaro per il lavoro svolto.
Assurdo, poi, esprimere un giudizio sul Ferracina "restauratore": Bartolomeo Ferracina non fu un "pessimo restauratore", semplicemente perché non fu affatto un restauratore: nel 1757 fu pagato dalla Procuratia de Supra per ricostruire integralmente l'Orologio, esclusa la processione dei Re Magi, sulla quale interverrà più tardi.
Ancora: "Originariamente, sopra la mostra verso la Piazza, una processione di Angeli e Magi allo scoccare dell'ora sfilava innanzi alla Madonna con il Bambino in bronzo dorato" (pag. 40). Originariamente? In realtà la processione dei Re Magi continuava a funzionare, per la Solennità dell'Ascensione, in maggio, e per l'Epifania, venendo appositamente predisposta dai responsabili alla manutenzione e costituendo un notevole fattore di richiamo per molti, anche negli anni in cui Brusa scriveva il suo libro. Avvilente, poi, la descrizione "una processione di Angeli e Magi", quando si trattò sempre delle statue semoventi di tre Re Magi, preceduti da un angelo con tromba.

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Qui sopra la processione dei Re Magi preceduti dall'Angelo attorno alla statua della Vergine Maria, quale continuò a svolgersi due volte l'anno fino al maggio 1997. Secondo Romanelli, invece, l'intervento del 1858 "obbligò, come è noto, a rimuovere la 'giostra' con la processione dei Re Magi e dell'Angelo e a mutare l'assetto complessivo dell'orologio ..." (lettera al "Gazzettino", 25 agosto 2000). Curioso, questo inciso "come è noto", divertente omaggio alla memoria delle folle di veneziani e turisti che affollavano regolarmente Piazza San Marco nei periodi di uscita dei Re Magi, allo scoccare dell'ora.
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Brusa conclude il discorso, che per gli altri aspetti rimane sempre in superficie e non entra mai in profondità nell'analisi delle specifiche del meccanismo, scrivendo: "Forse questo è il più antico esempio rimasto di un orologio da edificio con quadranti visibili da punti diversi, come poi divenne frequente su campanili e su torri." (p. 41). Proprio lui, storico dell'orologeria, si dimentica così del più antico e notissimo orologio della torre di Rouen, eretta nel 1389.

Aggiungeremo, per questo libro, che Brusa stesso ammette la rarità dei pendoli aventi periodo di due secondi, ovvero di quei pendoli di cui si è preso la libertà di congedarne uno dal funzionamento: "Pendoli da due secondi, lunghi circa mm 3975, o ancora più lenti e più lunghi sono rari e si ritrovano in esemplari astronomici e da edificio" (p. 460).

Ma non basta. L'opuscolo distribuito alla stampa il giorno della presentazione dell'Orologio restaurato (1 febbraio 1999, a Palazzo Ducale), contiene altre e più significative inesattezze.
Più significative, in quanto Brusa aveva potuto, nel frattempo, concentrarsi sullo studio di questo particolare Orologio, fatto che, evidentemente, non gli fu sufficiente a superare quella superficialità già un tempo dimostrata.
L'opuscolo si intitola Restauro dell'Orologio della Torre, e contiene un capitoletto di 4 pagine di Giuseppe Brusa, dal titolo "1499-1999. Il restauro della meccanica e il ripristino delle funzioni dell'Orologio di Piazza San Marco" (pp. 28-31).

 

Parlando della tanto odiata coppia delle tàmbure a pannelli numerici di ore e minuti introdotta dal De Lucia (1858), Brusa afferma che "l'apparato, mosso da una sua macchina, richiedeva ovviamente di essere collegato e sincronizzato con il treno principale dell'orologio, con la conseguenza di interferire in qualche misura con il funzionamento in generale e particolarmente con la precisione" (p. 29). Ora, sarebbe bello capire il senso di questa distinzione, tra un'interferenza in generale, e quella sulla precisione.
Quanto alla seconda, vedremo a cosa allude Brusa, esagerando la portata di questa 'interferenza' per giustificare un intervento anche su questo aspetto. Brusa continua: "Il De Lucia goffamente sovrappose il rudimentale movimento del nuovo apparato alla struttura ferraciniana e ritenne pertanto di eliminare la trasmissione dell'indicazione dell'ora sul quadrante verso le Mercerie per alleggerire il treno del tempo e di rinunciare inoltre alla suoneria della 'meridiana' per ridurre l'ingombro complessivo" (p. 29).

Ora,
a) non è da ritenersi apprezzabile, in sede storica - secondo una concezione seria della ricerca, si intende - un giudizio gratuito come il "goffamente" qui espresso, né è sensato parlare di un "rudimentale" movimento, che, anzi, presenta caratteristiche più minute e, per certi aspetti, raffinate, rispetto agli altri treni del meccanismo;
b) De Lucia non eliminò affatto la trasmissione dell'ora sul quadrante verso le Mercerie: questa è un'inesattezza, anzi, un errore grossolano e sorprendente, in quanto il quadrante Nord continuò visibilmente a funzionare fino alla data dello smontaggio nel 1997;
c) fa sorridere non poco il nesso di causa-effetto qui affermato (il "pertanto" di Brusa), in quanto l'apparato di comando dei numeri automatici fu sovrapposto all'impianto del Ferracina in posizione sommitale, mentre la trasmissione al quadrante corre addirittura sotto (!) al Castello medesimo;
d) De Lucia non rinunciò affatto alla soneria dei 132 colpi che Brusa chiama 'meridiana', tant'è che essa fu disattivata nel 1915, all'inizio della prima guerra mondiale, per motivi di coprifuoco congiuntamente alla molestia prodotta con la sonata di mezzanotte.
E' incredibile, poi, che Brusa affermi che ciò sarebbe stato fatto "per ridurre l'ingombro complessivo": non ha semplicemente alcun senso, perché il settore di alloggiamento dei ruotismi di questa soneria rimase montato, e in posizione, né si capisce in cosa dovesse consistere l'"ingombro" di una porzione modulare che ha la sua precisa collocazione nell'ambito del castello centrale (ne costituisce un intero quarto), senza frapporsi ad alcunché.

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Schema del castello centrale. La soneria dei 132 colpi ha la sua precisa collocazione nel settore sinistro e, visibilmente, non si frappone ad alcunché. Per Brusa, invece, sarebbe stata disattivata "per ridurre l'ingombro complessivo". Ma il suo "ingombro" non è altro che quello del castello stesso! Lasciamo al buon senso dei lettori ogni commento supplementare.
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Brusa prosegue: "Ambì peraltro a dimostrare la sua competenza in fatto di orologeria tradizionale e ciò finì per comportare un radicale stravolgimento della meccanica ferraciniana". L'intervento di De Lucia in realtà non fu tale da giustificare queste affermazioni; qui invece è da vedersi una vera e propria proiezione, e tali parole si adattano perfettamente a quanto fatto da Brusa e Gorla.

La descrizione passa ora al punto nodale della questione: "Discutibilissima l'idea di sostituire il pendolo originale con un altro voluminosissimo, con oscillazioni della durata di due secondi, lungo 410 centimetri, con l'intento di ottenere una maggiore affidabilità delle oscillazioni e una migliore isocronia. Per mancanza di spazio infatti un tale pendolo non poteva essere collocato a tergo dell'orologio, come il precedente, e si rese quindi inevitabile il disporlo frontalmente. Per evitare che interferisse con il pignone che trasmetteva il moto ai ruotismi del quadrante, fu necessario spostare lateralmente la nuova sospensione e ciò richiese più di una soluzione sperimentale, come emerso recentemente. Il rapporto degli ingranaggi dovette essere modificato in conseguenza". (p. 29).
Ora, è chiaramente e incontrovertibilmente dimostrato dai documenti e disegni d'archivio, nonché dal numero di oscillazioni riferite in un libro coevo sulla Torre, che il pendolo non fu allungato di molto, e che si trovava nella medesima posizione di quello del De Lucia.
E' evidente che Brusa parte da un presupposto, anzi da due (uno esplicito ed uno implicito), e dietro a questi si obbliga ad una catena di conseguenze che rendono il tutto una costruzione di pura fantasia e palesemente falsa. I presupposti di partenza sono:
a) De Lucia ha sostituito il vecchio pendolo con uno molto più grande, e
b) il pendolo doveva trovarsi in corrispondenza dell'asse dell'ancora, direttamente guidato dalla forchetta a questo solidale, e quindi dietro al meccanismo (lato Nord).

Conseguenze:
I) il pendolo, raddoppiato a 4 metri, non poteva più mantenere la posizione di prima, e doveva essere portato 'frontalmente' (lato Sud), dove si trovava recentemente;
II) ma da questo lato, la posizione centrale in corrispondenza dell'asse dell'ancora era occupata dall'asse in uscita dalla ruota motrice del sistema del "Tempo", deputato a trasmettere il moto al quadrante astronomico, per cui De Lucia dovette spostare il pendolo lateralmente, e si rese necessario il suo collegamento mediante un braccio orizzontale di trasmissione;
III) si rese pure necessaria la perforazione del solaio, a motivo della lunghezza del pendolo.

 

Tale fantasiosa costruzione poggia su inutili complicazioni e si sgonfia del tutto una volta dimostrata l'esistenza del braccio di trasmissione prima dell'intervento del De Lucia (1858), come dimostra il disegno del 1856 da me pubblicato nel volume sull'Orologio.

braccio trasmissione pendolo

A riprova dell'originaria posizione del pendolo e dell'esistenza dell'asta trasversale PRECEDENTEMENTE al restauro del De Lucia (1858), abbiamo il disegno tratto dalla Relazione tecnica di Annibale Marini e Giovanni Doria (22 luglio 1856). Si distingue chiaramente il braccio di trasmissione del moto al Pendolo che, come se non bastasse, è pure descritto nella Relazione stessa come "braccio orizzontale che fa muovere il pendolo" (Archivio Storico Comunale alla Celestia, 1855-1859, III / 5 / 6 - Lavori Restauro Torre).

Molto più semplice pensare, del resto, che il pendolo fosse sempre stato in prossimità del settore di alloggiamento del tempo, come è più logico e naturale per qualsiasi orologio, e che nella stessa posizione l'avesse lasciato il De Lucia. E' pretestuoso, inoltre, il passaggio I, in quanto nulla avrebbe impedito (strutturalmente, si intende - sono vissuto per oltre 30 anni nella Torre, per poterlo dire) la perforazione del solaio nella posizione retrostante (lato Nord), se mai il pendolo si fosse in origine trovato lì.
E' pretestuoso pure il passaggio II, in quanto anche dal lato opposto si sarebbe verificato lo stesso problema, e di fatto Gorla si è trovato per questo motivo costretto a divaricare l'asta del pendolo da lui fabbricato, trovandosi a interferire inevitabilmente con l'asse in uscita per la trasmissione del moto al quadrante Nord.
La realtà è che, a Nord o a Sud, la posizione centrale del pendolo era comunque non praticabile, per la presenza degli assi di trasmissione a entrambi i quadranti. Si veda, ad ogni modo, la sintesi conclusiva per punti, dove la continuità di posizione del pendolo è un fatto dimostrato, e non avanzato come mera ipotesi contro ipotesi.

A questo punto Brusa afferma che "a riprova dell'inadeguatezza dell'operato, va rilevata l'erroneità con cui il nuovo apparato fu sincronizzato al treno del tempo: incredibilmente infatti il nuovo movimento fu connesso a quel cruciale elemento che è costituito dalla ruota di scappamento" (pp. 29-30).

E' una grossolana semplificazione, questa, e mira a sopravvalutare l'interferenza meccanica per screditare l'intervento del De Lucia, e autorizzarsi a sovvertirne l'operato.
L'asse della ruota di scappamento, in realtà, terminava (prima dell'ultimo restauro), oltre il ponte, con un ruotino che muoveva un altro ruotino avente periodo di 5' dotato di caviglia; il passaggio di quest'ultima in prossimità di una piccola leva pendente causava lo scatto del sistema dei numeri automatici, sovrapposto dal De Lucia al castello centrale.
Sebbene questo collegamento non fosse, in effetti, ineccepibile nella concezione, nondimeno non costituì mai un problema agli effetti della precisione dell'Orologio o della regolarità del moto. Anche questo - a maggior ragione per la sua particolarità - andava conservato quale testimonianza di una soluzione meccanica storicamente determinata.
Più avanti, Brusa gioisce del: "ripristino della suoneria della 'meridiana', sia quello dell'indicazione dell'ora sul quadrante verso le Mercerie, ingiustificatamente dismesse e indubbiamente degne di essere riattivate" (p. 30).
Ora, passi per la prima (che non ha senso comunque dire che fu ingiustificatamente dismessa, in quanto corrispose soltanto ad una scelta politica imposta dall'autorità comunale), ma l'indicazione dell'ora sul quadrante Nord (Mercerie) rimase attiva fino al 1997, e qui Brusa si ostina ancora in un rozzo errore, indegno di qualsiasi passante della strada che poteva osservare semplicemente il funzionamento 'de facto', sul quale ci siamo già poc'anzi pronunciati.
Sulla scorta di questa convinzione, Brusa scrive che "è stato predisposto il prolungamento dell'albero che - a installazione definitiva avvenuta - trasmetterà il moto al quadrante verso le Mercerie", ma l'albero esisteva in tutta la sua lunghezza e trasmetteva il moto al suddetto quadrante, ed è assai stupefacente un'affermazione di questo genere, che non tiene conto neppure delle parti esistenti e funzionanti, da me stesso catalogate.

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L'asse di trasmissione del moto al quadrante Nord (Mercerie) attraversava la cucina dell'appartamento dei temperatori residenti nella Torre. Oltre la parete dalla quale, nella fotografia, si vede sbucare l'asse, vi è la sala del movimento centrale dell'Orologio, ai cui ruotismi era collegato. Tale organo rimase dunque in posizione e funzionante fino allo smontaggio del corpo centrale nel 1997. Come si è detto, Brusa è giunto a negare (per iscritto) la sua esistenza.
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Più avanti affiora un altro particolare: "Alberto Gorla ha introdotto con discrezione nel contesto meccanico ferraciniano un dispositivo di svincolo che faciliterà la rimessa a punto delle indicazioni, (...)".
Curiosa accezione di "discrezione": Gorla ha aggiunto due rozzi dischi in metallo dal bordo perforato alle ruote di sviluppo, sciogliendo la solidalità di queste ai rispettivi assi.
Quel che è peggio, il medesimo ha eseguito una perforazione su un raggio di ciascuna di dette ruote, in modo da vincolarle nella posizione voluta mediante uno dei fori dei dischi aggiunti, mentre si poteva adottare un congegno a morsa più rispettoso delle eleganti ed antiche ruote. Di fronte a una tale "discrezione" verbalmente ostentata e così coerentemente dimostrata, vorremmo far loro notare che, talvolta, a tacere si fa una più bella figura.

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I ruotismi del Quadrante astronomico. Si distinguono chiaramente le due ruote di sviluppo differenziale del movimento, in posizione eccentrica, intaccate dall'intervento di Gorla che ne ha perforato i raggi (dis. di Alberto Peratoner, 1988).
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Le paginette di Brusa si concludono con una velata ammissione: "Anche la macchina che muove la giostra con la Processione dei Magi è stata restaurata, ma il progetto di disimpegnare i tamburi con le indicazioni digitali per agevolare la periodicità della Processione non ha potuto essere ammesso in quanto è parso innovazione troppo rilevante nelle circostanze".
Trapela qui il rammarico di Brusa di non aver potuto completamente far piazza pulita dello stato ottocentesco risalente al De Lucia, e con ciò l'ammissione che, se fosse stato possibile, quegli apparati, loro, li avrebbero disinvoltamente eliminati.

Nel successivo articolo apparso su "La Voce di Hora" (n. 6 - giugno 1999, "Il ripristino dell'orologio di Venezia e le testimonianze di un capolavoro perduto: il suo spettacolare quadrante planetario", pp. 3-28, dopo una serie di considerazioni ipotetiche non prive di un qualche interesse sull'antico stato del quadrante (pp. 5ss) Brusa ricalca in gran parte le erronee affermazioni dell'opuscoletto emesso in occasione del restauro, per cui ritroviamo, oltre alle discutibili espressioni già citate e alle implicazioni causa-effetto trattate sopra, le stesse insostenibili assurdità circa l'eliminazione della "trasmissione dell'indicazione dell'ora sul quadrante verso le Mercerie" nel 1858, che invece continuò a funzionare fino al 1997, e la disattivazione della soneria dei 132 colpi, sempre attribuita al 1858, ma in realtà avvenuta nel 1914 (p. 22).

V
Il risultato complessivo del restauro quale compromesso incoerente e disomogeneo

Nell'articolo appena citato, Brusa ha il coraggio di sostenere che l'intervento è stato effettuato "nell'ambito della normativa e nel rispetto delle esigenze della cultura antiquaria maturata all'epoca del De Lucia ad oggi" (p. 23). Ricordiamo qui che sempre Brusa è presidente di un'associazione (Hora - Associazione Italiana Cultori di Orologeria Antica) il cui codice etico impegna i Soci ad adoperarsi "per rispettare e preservare l'originalità di ogni oggetto di valore significativo per la storia dell'orologeria (orologi e loro parti, macchine utensili, documenti di qualsiasi tipo, fotografie, ecc.)" (cfr. "La Voce di Hora", n. 1, dicembre 1995, p. 77).

Il vagheggiato ripristino dello stato "ferraciniano" dell'Orologio si è in realtà tradotto in uno zuppone di compromessi col risultato della coesistenza di elementi del tutto eterogenei per tipologia, fattura, materiali ed epoca rappresentata. Cominciamo dal pendolo, che vorrebbe riprodurre, almeno nella posizione, l'opera ferraciniana, settecentesca: in realtà, quanto a fattura, presenta elementi di concezione ben più recente, quali il sistema di regolazione della lente, il congegno di inserimento della forchetta mediana di guida e la stessa divaricazione dell'asta di cui si è già parlato. Notiamo che la lente del pendolo, che per fattura e rifinitura non regge il minimo confronto con la ben più elegante lente del pendolo del De Lucia, reca - impresse a punzone - lettere e numeri che formano l'iscrizione "Alberto Gorla / 1998".
Lo scappamento, visto l'intento del recupero dello stato ferraciniano, per coerenza doveva essere ricostruito nel sistema a denti di sega, quale appare chiaramente in un disegno del 1856. Rimaniamo, invece, "stupiti" nel vedere un nuovo scappamento ricostruito sempre nel sistema a caviglie, in una forma simile a quella del De Lucia, ma la cui ancora potrebbe trovare degno alloggio - per tipologia e fattura - soltanto in un orologio contemporaneo e le caviglie dello scappamento sono fissate con dadi esagonali ciechi (!).
Quanto alle "tàmbure" dei numeri automatici, essendo stata scelta la loro conservazione "in situ" e scartata la loro rimozione tanto caldeggiata dallo zelo filologico di Brusa, doveva cadere del tutto anche il discorso del ripristino filologico nel suo insieme: se non è possibile tornare in tutto e coerentemente allo stato precedente, è quanto mai assurdo farne tornare solo alcune parti. Ecco invece, a riprova del risultato-patchwork ottenuto, la sovrapposizione del castelletto aggiunto di azionamento dei numeri automatici, per giunta sollevato più in alto da una specie di cavalletto interposto di nuova fabbricazione per toglierne l'interferenza con il nuovo asse che trasmette irrazionalmente il moto al nuovo pendolo dalla parte opposta del castello centrale. Se procediamo oltre, troveremo ancora l'inutile sostituzione degli ingranaggi ottocenteschi (perfettamente funzionanti) di trasmissione del moto ai quadranti, costruiti ex novo, e per quanto riguarda il lato Sud in forme stupefacenti e non certo settecentesche; né sarà possibile tacere la "pesantezza" degli apparati frontali che hanno letteralmente sfigurato il lato meridionale del castello e dove sono stati inspiegabilmente riportati i comandi delle leve di azionamento delle sonerie dei Mori, ricostruiti in forme che, spero, neppure Brusa vorrà far passare per settecentesche.

Tali comandi esistevano, erano perfettamente funzionanti, come tante altre cose gratuitamente trasformate, erano posizionati sul lato interno del settore di alloggiamento del tempo, presso la ruota motrice dalla quale - com'era più semplice e naturale - prendevano lo scatto grazie alle due caviglie fissate ai raggi della stessa, e non c'è ragione di averli dislocati e ricostruiti sul lato esterno, con l'esito di inutili complicazioni estranee alla linearità ed essenzialità dell'impianto ferraciniano, impianto al quale quei comandi appartenevano! E dopo tutto ciò Romanelli viene a dirci che i "radicali interventi ottocenteschi del De Lucia mutarono in termini molto significativi la macchina settecentesca, la sua filosofia, il suo funzionamento" (lettera al Gazzettino, 25 agosto 2000).

Ci asteniamo, per il momento, in attesa di capire cosa accadrà alle corse dei pesi e al sistema dei rinvii dei cavi, di trattare l'argomento della 'motorizzazione' delle cariche, non deducibile da quanto esposto a Palazzo Ducale. Se fosse vero quanto udimmo all'epoca dello smontaggio sull'idea di una dislocazione dei pesi al di sotto del castello centrale, con la conseguente perdita del significato della verticalità della Torre da cui l'Orologio prendeva maggiore autonomia e la riduzione della caduta dei pesi a poco più di un paio di metri, ci troveremmo ad un'altra colossale incongruenza, ad un'altra perdita di una funzione ferraciniana in componenti quali le pulegge lignee sommitali che rimarrebbero allora inutilizzate, e il tanto decantato ripristino filologico si rivelerebbe fatuo e pretestuoso.
Di fronte alle mie perplessità su quest'ultimo punto, Brusa mi rispose telefonicamente il 21 maggio 1997 che la mia idea di restauro strettamente conservativo non avrebbe portato a "scelte coraggiose".

VI
Sintesi conclusiva per punti

a) Il restauro doveva essere un restauro conservativo. Così è generalmente per tutti i beni culturali, storici, artistici, ecc. Così non è stato, e la cosa sembra incredibile perché ultimamente le Soprintendenze si sono dimostrate al limite dell'ossessivo nel salvare anche i brandelli più insignificanti: si pensi solo al campo edilizio o agli oggetti del cosiddetto "arredo urbano".

b) Questa trasformazione poteva essere avanzata come necessità, ma in senso forte, però: o si cambiano i connotati all'Orologio, o non funzionerà più. Ma ciò è insostenibile, in quanto tutti sanno che funzionava, e pure bene, fino allo smontaggio.

c) Si potrebbe parlare più sensatamente di miglioramento tecnico, per conferire maggior precisione, ma (ammesso che di miglioramento si tratti) una cosa di tal genere dovrebbe passare in secondo piano di fronte alla conservazione di un orologio antico che documenta una fase importante della storia della meccanica: di fronte alla salvaguardia di un bene dei secoli passati non è sostenibile la sua perfettibilità.

d) Resterebbe l'invocazione di un'operazione 'filologica', che consisterebbe nel recupero di uno stato precedente, in questo caso, all'intervento del De Lucia del 1858. Questa era in realtà l'intenzione: cancellare le tracce del restauro ottocentesco, per sovrapporne un altro, arbitrario, e comunque di nuova fabbricazione. Il 'filologico' consisterebbe nella presunzione di aver stabilito che il pendolo precedente (B. Ferracina, 1757-59) era dalla parte opposta (lato N) rispetto a quello realizzato da De Lucia (1858, lato S), e più corto: almeno la metà ! (del resto, in quel posto, di 4 metri non ci sarebbe stato).

Ma
d1) N. Erizzo, appena 2 anni dopo (1860), parla di un cambio di 1800 oscillazioni / h contro le 1828 del pendolo precedente. Ne risulta un periodo di oscillazione di 2 secondi esatti contro 1,969365429 secondi del pendolo precedente. Quindi la differenza di lunghezza era veramente minima, valutabile in pochi centimetri, e il pendolo era comunque intorno ai 4 metri [cfr. il mio libro, pag. 37].

d2) Il pendolo, nell'ipotesi di Brusa (e di fatto, come è stato ricostruito) si sarebbe trovato in asse con il perno dell'ancora, quindi senza necessità di essere mosso da un braccio trasversale come quello che lo 'spingeva' di lato nell'ultima configurazione. E invece eccoti bel bello un rapporto tecnico di G. Doria e A. Marini, steso due anni prima del restauro di De Lucia, con tanto di disegno del pendolo col suo braccio trasversale (Archivio alla Celestia). E' naturale concludere, con la massima evidenza, che il pendolo è sempre stato lì. [cfr. il mio libro, pag. 38, e tavola IV a pag. 39]

d3) Ancora l'Erizzo, parlando dei lavori del 1858, afferma che De Lucia aggiunse un congegno "al" braccio trasversale, ma se si aggiunge qualcosa "a" un determinato organo meccanico, vuol dire che quell'organo esiste già. [cfr. pag. 38 del mio libro]

d4) Esiste il sostegno della sospensione del pendolo, pezzo che non si trovava più in opera dal 1952, ma è riconoscibilissimo nella sua funzione e, cosa più importante, collima esattamente con la posizione in cui il pendolo si è sempre trovato. Il pezzo, per fattura, è assimilabile al resto delle parti statiche dell'Orologio, e quindi è ferraciniano. [cfr. pag. 37, in basso, del mio libro]

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Il sostegno ferraciniano della sospensione del pendolo. (Cliccare sull'immagine per vederne una versione ingrandita.)

d5) Sebastiano Cadel, responsabile dei lavori per la parte edilizia, stende a conclusione di tutto un dettagliatissimo rapporto su quanto eseguito. Nessuna menzione ad una perforazione del solaio (il 'buco' nel soffitto della saletta sottostante, per intenderci), che si sarebbe resa necessaria se il pendolo avesse in quell'epoca assunto dimensioni così ragguardevoli. Non è pensabile neppure una dimenticanza, dato il dettaglio minutissimo di quel rapporto. [cfr. pag. 41 del libro]

d6) Si confronti questo stato con la fotografia che vede il pendolo oscillare nel locale sottostante [da me riprodotta a pag. 40, tav. V, cfr. pagg. 41-42].

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La lente del Pendolo protetta dalla vetrina nell'ambiente al I piano della Torre nella posizione precedente all'intervento di metà Novecento. (Fotografia inedita dall'Archivio privato della famiglia Peratoner, scattata precedentemente al 1950). Cliccare sull'immagine per vederne una versione ingrandita.

e) L'operazione effettuata, al di là delle velleità "filologiche", lungi dal recuperare in modo coerente un livello storico determinato si è tradotta in un coacervo di ridicoli compromessi che hanno portato alla coesistenza di elementi del tutto eterogenei, quali un castello del '700, un pendolo del '900 in una impossibile forma e posizione del '700, uno scappamento del '900 ricostruito ancora sulla forma di quello dell'800 che pure si è voluto eliminare, tre impianti di soneria del '700, un sistema di segnalazione ore-minuti dell'800, il comando dei suoi scatti del '900, ecc., addirittura la soppressione di un apparato settecentesco come quello delle leve di azionamento delle sonerie dei Mori. Verrebbe da pensare che la recente moda di identificazione di Venezia col Carnevale, nei suoi effetti totalizzanti abbia proiettato anche sull'Orologio una sorta di effetto-Arlecchino, di cui Romanelli, Brusa e Gorla sono riusciti a rendersi singolari interpreti in una quanto meno interessante realizzazione-puzzle post-modena.

E' quasi superfluo far notare, infine, che, prefissatosi il ripristino dell'assetto ferraciniano, il lavoro eseguito, nel miscuglio ottenuto col portare il pendolo dal lato opposto e renderlo più corto della metà, ha cancellato anche la stratificazione settecentesca che voleva recuperare, insieme a quella ottocentesca che si era determinato a sopprimere.